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Oggi vi presentiamo Daniele Radici e Giovanni Caruso, i former di Startup Live

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Insieme ai 12 mentor avremo anche due “former” che terranno due focus su argomenti specifici per preparare i team. Sono Daniele Radici, che spiegherà come preparare il pitch finale per la presentazione del progetto alla giuria, e Giovanni Caruso, che formerà i partecipanti sull’utilizzo del Business Model Canvans.

Chi sei in un tweet.
Daniele: Sono un #consulente e amo l’#innovazione! Pane per i miei denti? Facile: #BusinessModeling #Entrepreneurship #CreativeWorkshop #OpenInnovation #SocialBusiness
Giovanni: Giovanni Caruso, #freelance #businessdesigner #GoT #gobbo #cigars #meninred, in ordine sparso

Quali sono le tue competenze principali e di cosa ti occupi?
D: Dal 2007, al termine gli studi (laurea in Ingegneria Gestionale e master executive in ICT Strategic Management), mi occupo di consulenza strategica / gestionale nel contesto dell’innovazione; negli anni ho sviluppato esperienza in realtà complesse come Ferrari F1, BMW, ed il Centro di Ricerca RFId del Politecnico di Milano.
Dal 2010 collaboro con OpenKnowledge, dove ho concentrato le mie attività in ambito digital-innovation e lavorando su diversi progetti a cavallo tra il social business, la social collaboration e la social media strategy.
Parallelamente ho continuato l’attività di consulenza su tematiche più vicine ad aspetti strategici e di business, consolidando le mie competenze con progetti legati all’imprenditorialità e lo sviluppo di modelli di business.
Partecipo da tempo a diverse attività formative presso l’Università degli Studi di Bergamo, dove applico metodologie innovative per lo sviluppo di laboratori progettuali con studenti sia di corsi di laurea che master.
G: Sono business designer, ovvero aiuto gli imprenditori (startupper e non) a definire la loro idea di impresa, la loro strategia, a decidere dove condurre la propria azienda e con quali strumenti raggiungere gli obiettivi desiderati, utilizzando metodologie e tools derivanti dal mondo del design

Se fossi il CEO di un’importante startup, quale sceglieresti e perché?
D: Seguendo l’imbeccata di Briatore, dovrei scegliere una pizzeria in zona universitaria!
Scherzi a parte, essere il CEO di una Startup di successo sarebbe troppo “facile”, la vera sfida è crearne una…mai dire mai.
G: Parafrasando Hikmet, la più bella startup non l’abbiamo ancora fondata. In attesa di fondarla, sicuramente una startup innovativa, ben congeniata che offra servizi e prodotti ben fatti. Per citarne un paio “Veritas Medical” oppure “Owlet Baby Monitors”, che si sono aggiudicate le ultime due edizioni della BMC – Business Model Competition

Quanto innovazione e digitale sono collegati?
D: Mi occupo di open-innovation, quindi è naturale per me dire che siano due fenomeni strettamente legati tra loro.
Uno è un approccio e l’altro è uno strumento.
Posso sviluppare progetti di innovazione anche senza l’utilizzo di soluzioni digitali e vice versa…ma unendo queste due potenze, si è in grado di ottenere risultati eccezionali.
Pensate a quante aziende hanno saputo innovare sviluppando progetti digitali…da DELL a Mulino Bianco passando da aziende multinazionali come Ferrari fino a piccole realtà artigiane come Berto Salotti.
G: Si può innovare in tantissimi modi e in ogni ambito dell’esperienza. Per noi consumer, il digitale è il principale veicolo per l’innovazione: basta guardarsi intorno per vedere come smartphone, app, servizi digitali stanno cambiando l’esperienza quotidiana di ognuno di noi.

L’ecosistema delle startup in Italia, visto dalla tua esperienza, quanto è sviluppato rispetto al resto del mondo? Cosa faciliterebbe un suo sviluppo sia quantitativo che qualitativo?
D: Dal 2010 mi muovo nel mondo delle startup e l’Italia, purtroppo, è ancora indietro rispetto a molti altri Paesi. Oltre alla tanto blasonata San Francisco, alcune città/aree sono cresciute
e hanno saputo cogliere al meglio le opportunità di questo “movimento innovativo” (Londra e Berlino, per esempio, sono a due passi da noi e sono nidi di molte iniziative interessanti).
C’è molto da fare e il vero cambio di velocità si avrà quando ci sarà una maggiore cultura rispetto al mondo imprenditoriale, a partire dagli ecosistemi accademici (io nel mio piccolo ci sto provando).
Fare startup, oggi, sembra si sia banalizzato con il realizzare un App o vendere un’idea; questo crea una moltitudine di “meteore” che non generano vero business e, soprattutto, non sono aziende. Bisogna infondere una maggiore cultura imprenditoriale e noi, nella bergamasca, abbiamo un buon asso nella manica leggendo la storia del nostro territorio.
G: Guardando il bicchiere mezzo pieno, c’è grande fermento attorno alle startup e questo genera opportunità nuove e nuove occasioni. Ciò che sicuramente non manca e ciò di cui tutti noi faremmo volentieri a meno è la nostra capacità tutta italiana di inventarci regole, leggi, leggine, regolamenti vari che spesso si fa una fatica immane a capire, interpretare ed utilizzare, anche tra gli esperti di “legalese” e che rappresentano un freno alla nostra voglia di fare. In Italia le startup son sempre nate, le idee e la creatività non ci mancano, al di là degli stereotipi che ci contraddistinguono. Quello che, forse, più ci manca oggi è il valore di fare impresa: non si fa lo startupper (e quindi, l’imprenditore) perché non si ha di meglio da fare. Si fa startup per il gusto di farlo, per la capacità di rischiare e di sostenere l’esperienza e la paura del rischio, perché si ha voglia di costruire qualcosa che rimanga, per se e per gli altri.

Quest’anno Startup live si apre anche a makers e designer industriali: che rapporto intercorre, secondo te, tra il mondo del digitale e quello dei makers/designer? Quali influenze credi che questo connubio possa esercitare sull’artigianato?
D: Questo credo sia stato un forte messaggio, in linea con quella che a detta di molti, può diventare la “terza rivoluzione industriale”.
Tra i makers ed il digital vedo una moltitudine di punti di incontro: da un lato la competenza hardware, la creatività ed il design e dall’altra la potenza di strumenti che aprono nuove frontiere.
Il concetto, discusso già da tempo da Stefano Micelli, è quello dell’Artigiano Digitale: un mix di competenze (generate dalla collaborazione tra diversi soggetti) che possono generare nuove sacche di valore all’interno di una nuova economia.
G: Guardo al mondo dei makers, ad Arduino, alla stampa 3D, ai laser, con grande curiosità: mi affascina la capacità di creare concretamente qualcosa e di dargli una forma che sia utilizzabile da tutti. Spero che la commistione digitale – makers continui e che si approfondisca sempre più: l’Italia è uno dei pochi paesi al mondo capace di creare il “bello” e gli artigiani sono tra i depositari di questa tradizione: dotarli di strumenti digitali non può far altro che dare nuova linfa al settore, renderlo più creativo ed efficiente.

Cosa ti aspetti da Startup live?
D: È la mia seconda presenza e sicuramente mi aspetto una “tre giorni” di network, collaborazione, cross-sharing di competenze e soprattutto tanta passione.
Quest’anno vorrei vedere progetti “nuovi”, non solo digitali…e penso che l’apertura ai makers mi regalerà senza dubbio piacevoli sorprese!
G: Talento, risate, voglia di fare, energia

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