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I mentor di Startup Live: oggi vi presentiamo Fabio Zucchinali

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Quali sono le tue competenze principali e di cosa ti occupi?
La mia formazione e l’avvio della mia attività lavorativa sono all’interno del mondo accademico, in materie storico-economiche; tuttavia le mie principali competenze derivano dalle esperienze accumulate negli ultimi 10 anni, in cui ho partecipato all’avvio e allo sviluppo di 7 tra i più innovativi progetti nazionali. Le mie principali skill? Avere una buona memoria e fare tesoro di tutto, parlare con le persone, capire cosa fare per portare avanti un’azienda, lavorare in team, risolvere i problemi, pianificare e monitorare lo sviluppo dell’attività e il raggiungimento degli obiettivi. Faccio parte del team manageriale di una tra le più importanti aziende italiane e nel tempo libero assecondo la mia malattia di serial entrepreneur.

Se fossi il CEO di un’importante startup, quale sceglieresti e perché?
Preferisco essere Co-Founder e con-divisore di un Progetto, tra quelle del “passato” mi avrebbe fatto piacere partecipare all’avventura di Zynga, sia per i temi sia per gli obiettivi.

Quanto innovazione e digitale sono collegati?
In Italia purtroppo sono attualmente concetti che si equivalgono, nella misura in cui il secondo è fondamentalmente l’unica via per l’attuazione del primo. In sistemi macroeconomici più evoluti si sta facendo una forte azione politica per compartimentare lo sviluppo dei due fenomeni, facendo sì che esistano modelli replicabili e sostenibili di innovazione indipendenti dai condizionamenti delle tecnologie in questione. Nonostante rappresenti una rivoluzione epocale, simile per portata socio-culturale all’introduzione della stampa di Gutenberg e per rilevanza industriale all’invenzione del motore a vapore di Newcomen/Watt, il digitale rischia però in alcuni ambiti territoriali e settoriali di bruciare gran parte delle proprie possibilità di crescita e sviluppo. Il paradosso è quello dell’utilizzo di un purosangue da corsa per arare un campo di patate; pur svolgendo nell’immediato quella funzione, a tendere quell’utilizzo creerà problemi sia al contadino sia al cavallo sia al sistema delle corse dei cavalli. Non è (sol)tanto un problema filosofico di differenziazione tra fine e mezzo, quanto piuttosto una rilevante criticità per chi fa digitale (soprattutto in Italia), relativamente alle proprie possibilità di sviluppo di medio-lungo periodo, sacrificando la propria capacità poietica sull’altare di un tornaconto tecnico dell’immediato.

L’ecosistema delle startup in Italia, visto dalla tua esperienza, quanto è sviluppato rispetto al resto del mondo? Cosa faciliterebbe un suo sviluppo sia quantitativo che qualitativo?
Quantitativamente è mediamente e proporzionalmente molto più sviluppato, anche a causa della crescente mancanza di alternative, mentre qualitativamente direi che siamo appena sotto la media dei paesi evoluti. Il problema vero è quanto poi paghiamo in termini di gestione aziendale. Le idee dei giovani italiani non sono né migliori né peggiori di quelle dei coetanei britannici o tedeschi, però in Italia si fa una gran fatica a passare dell’idea innovativa “all’azienda in grado di stare sul mercato” che veicola e monetarizza l’idea stessa. Sicuramente burocrazia, fiscalità e contesto economico sono tre problemi endogeni del sistema in cui opera una startup italiana, va però anche detto che raramente ho trovato startuppers che abbiano una vaga idea di come si debba avere a che fare con lo Stato, con le altre imprese, con il Fisco. All’estero non è così. Infine va precisato che un’altra differenza è legata alla criticità che tramandiamo dal nostro passato più recente di un’impostazione aziendale appiattita sul “prodotto”, dove manca completamente il marketing, il posizionamento, la costruzione di un proprio sistema di vendita, facendo sì che la startup italiana sia di base molto schiacciata “sul tecnico” e quindi in piena competizione con tutti quelli che sanno fare le stesse cose e in piena disarmonia con quelli che sanno fare cose diverse. In questo senso un ottimo elemento facilitatore di quantità e qualità è rappresentato dagli spazi di co-working, dove competenze e professionalità diverse si fondono in percorsi ad alta creatività. Per quanto riguarda le altre tematiche prima accennate la situazione è molto più problematica in quanto manca nel nostro Paese una formazione all’impresa e al fare impresa; sicuramente aiuterebbero significativamente un programma di “burocrazia zero” e sia una parentesi fiscale di tassazione agevolata per gli under35 (non oltre il 10% dell’imponibile) sia la messa a disposizione di risorse umane con capacità gestionali/amministrative.

Quest’anno Startup live si apre anche a makers e designer industriali: che rapporto intercorre, secondo te, tra il mondo del digitale e quello dei makers/designer? Quali influenze credi che questo connubio possa esercitare sull’artigianato?
Nel medio termine il rapporto è di sinergia al 100%. Questa evoluzione rappresenta una straordinaria opportunità sia di ripensare il proprio posizionamento sia di inserirsi su un treno in corsa. In particolare, stiamo assistendo ad un radicale e progressivo abbattimento delle barriere all’ingresso, che porterà a molti quantomeno una concreta possibilità di “fare” e di mettersi in gioco, pur in un contesto competitivo sempre più ampio. Per tanti sarà una grande possibilità, per tanti altri potrebbe essere la seconda (e forse ultima). Entro un paio di anni assisteremo all’inizio di un nuovo microcosmo in cui a tutti verranno date le medesime opportunità. Se oggi fossi un “facitore di prodotti”, mi porrei molte domande e inizierei a preoccuparmi e a darmi da fare sui nuovi sentieri che si stanno tracciando.

Cosa ti aspetti da Startup live?
Io ci vado per divertirmi, per stare insieme agli amici e a chi condivide le mie passioni, per conoscere nuove persone, storie e professionalità.

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